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“1800 s”

Il Wormhole per l’inivisibilità

2017

“Infine deve pur cadere il sipario. Perché alla lunga diverrebbe una farsa; e se gli attori non se ne stancano perché sono pazzi, se ne stanca lo spettatore, che a un atto o all’altro finisce per averne abbastanza se ha ragione di presumere che l’opera, non giungendo mai alla fine, sia eternamente la stessa”.
Kant “La fine di tutte le cose”

“Il problema non è più trovare un modo perché la gente si esprima: lo fa fin troppo.
Si tratta piuttosto di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio in cui troveranno finalmente qualcosa di vero da dire”.
Gilles Deleuze

“1800 secondi” è un Portale. Come una porta o varco spaziotemporale ha il compito di condurre un “soggetto in movimento” in un luogo diverso del medesimo mondo, in un altro punto nello spazio, sempre all’interno dello stesso universo. Una macchina del tempo che ha il potere di strappare il soggetto dal “tempo collettivo” per condurlo in quello “Individuale”. Un Wormhole attivo per 1800 sec, tempo minimo necessario per un’avventura che permette lo spostamento immediato dall’identità all’essere. Un astuto artificio, degno del più alto teatro classico applicato al teatro del mondo, il nostro, dove tutti sono attori e tutti recitano una parte con le limitazioni relativistiche imposte dal tempo collettivo.
Consegnati nella prigione della “scena”, obbligati alla presenza e condannati alla visibilità, sottomessi allo sguardo o alla guardia di un Tempo che pretende di ridurci a “spettacolo” e asservirci alla sua rappresentazione, cos’altro può e deve tentare un “attore” se non la sua incessante evasione? Essere/mettersi nella condizione di Pulcinella, che non recita un dramma, lo ha già sempre interrotto, ne è sempre già uscito, per una scorciatoia o una via traversa – questo è il suo insegnamento – la sola cosa importante è trovare una via d’uscita. Ubi fracassum, ibi fuggitorium – dove c’è una catastrofe, là c’è una via di fuga”.
1800 sec è la macchina che permette una fuga, un’evasione, un togliersi di scena: l’unica via e ultima utopia che ci resta è quella della “sparizione”. Andare in un altrove, nell’”irrappresentabile”, non negando la propria essenza ma al contrario riscattarla contro l’esistenza.
Sparire non è negare l’essere ma l’esistere, che è appunto quanto di identitario ci viene appiccicato e poi riconosciuto, come un ruolo in società o una maschera di umanità che ci assegna la parte e intanto ci ruba il tutto della vita.
È dunque l’Identità la prima dotazione e situazione da cui “1800 sec” ci porta via: non solo l’identità sociale, ma anche quella personale ovvero “esistenziale”, che ne è una conseguenza.
Togliersi di scena – alla lettera “togliersi di mezzo”, abbandonare la rappresentazione.
Nel wormhole 1800 sec si passa dal recitare una parte per gli altri a “Recitare a nessuno, recitare tra sé”, si diventa inivisibili.
È l’autorizzazione “a prendersi una vacanza” (senza sensi di colpa) dai temi e problemi dell’intera società, in tempi in cui tutti predicano l’Impegno e razzolano nella Partecipazione a tutti i costi.
“1800 secondi” vi permetterà di prendere coscienza dell’esistenza di un altro tempo, quello non funzionale, quello “inutile” (che è il motore dell’incessante) e quello perso (che è quello nel quale ci si ritrova). Il tempo dell’arte; cos’altro cerca l’arte più pura e nobile della sua e nostra contemporaneità se non l’ineffabile, l’impossibile, l’irrappresentabile, l’invisibile… e infine l’impotente e l’inutile?
Il viaggio, attraverso il portale, è una specie di sciopero delle attività inteso come sottrazione temporanea della propria capacità creativa alla produzione di ricchezza e al funzionamento della macchina economica. Anche se per soli 1800 secondi questo, sarà un tempo depurato dai caratteri «funzionali» e sarete proiettati in una dimensione “altra” che contraddice l’asservimento alla condizione del lavoro e della produzione in senso più generale.
Certo la sottrazione di questa esperienza alla corrente infinita di esperienze “unificate” può rendere il vostro gesto, una critica esplicita all’ordine sociale ed economico esistente, MANEGGIARE CON CURA? Non stiamo pur sempre in un teatro?
E, non è forse in questo sottrarsi che risiede il senso o un senso dell’arte e del fare arte?
Il cammino teorico dell’arte non è, anche, la spoliazione dell’universo fenomenico, per guadagnare l’essenza?

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“Skilled Visions”

2017

Skilled Visions

 

 

Il lato oscuro della fotografia.

 

Comprare una delle migliori reflex della Nikon per non fargli fare ciò per cui è stata programmata.

 

Così come Ulisse perturba con astuzia il volere degli Dei – pur di non rinunciare al canto delle sirene, così con tattiche e astuzie, degne di un’arte che è capace di fare le capriole, “gioco” contro l’universo fotografico introducendo clandestinamente un’intenzione umana a-funzionale non prevista e costringo la macchina fotografica a generare qualcosa “di non visibile”. Turbare il gioco, con un ribaltamento della concezione immaginale canonica – non presentificare un’assenza, ma assentificare una presenza.

Le foto nere sono l’immagine di un vuoto, quindi, l’immagine di tutto ciò che può esserci e che c’è. Il fantasma c’è nel suo non esserci.

Dei buchi neri, che determinano un’estensione nell’universo fotografico, un’emancipazione che può avvenire solo in presenza di un’intenzione a-funzionale.

 

Le Skilled Visions sono foto di scena e documentano la scena realmente allestita.

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“Capriola 001- Un artista cieco in una stanza buia cerca un cappello nero che non c’è…e lo trova.” 2017, Stampa FineArt ai pigmenti su carta Hahnemuhle opaca, 30×40

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“Teatro Degli Alberi Uomo e Degli Uomini Cervo”

2016

 

Non è sano giocare sempre i giochi altrui, alla lunga non si gioca più ma si è giocati…soggiogati.

Alla ricerca del gioco perduto

Un grande atto sublime è quando l’uomo si svincola dalla conquista del profitto, o dalla scalata sociale, o dell’interesse personale, e si da anima e corpo a un’impresa solo per la conquista di un sogno, effimero, quindi inutile, quindi Divino. Questo è ciò che sta avvenendo per l’edificazione del Teatro Degli Alberi Uomo e Degli Uomini Cervo.
Da giorni tutto accade con calma e di giorno in giorno “fiorisce”, in mezzo al bosco, il luogo immaginato in un sogno. Un luogo sottratto al cieco e sordo mondo dell’Utile e restituito all’uso pubblico per pratiche della meraviglia.
Il Teatro degli Alberi Uomo e Degli Uomini Cervo è un campo da calcio.
Costruito nel bosco, senza recidere gli alberi e senza spianare il terreno, è inutile per il gioco del calcio ma è l’ideale per “riprendersi”, nel duplice aspetto di riappropriazione del ruolo di giocatori nell’arena del mondo, e di riprendere i “sensi” e il senso, nel e del gioco… il sapere di stare giocando. Noi siamo qualcosa di più che esseri puramente raziocinanti… e il gioco è irrazionale.
Il “Teatro degli Alberi Uomo e degli Uomini Cervo” è l’invito a rimettersi le maschere, da imitatori e da creatori subordinati della prima onnipotenza creatrice. Un luogo per Tornare a bere alla fonte della forza poiètica del gioco sul mondo.
Da Uomini Cervo alleati con gli Alberi Uomo abbandoniamo i giochi altrui, nei quali non giochiamo più, ma siamo giocati, e creiamone di nuovi…i nostri!

Che il nuovo gioco abbia inizio!

Quando il gioco si fa duro….alcuni cambiano gioco!

www.teatroalberiuomoeuominicervo.eu

Il Teatro Degli alberi Uomo e Degli Uomini Cervo si accenderà
alle ore 21,30 fino alle 23,00 nei giorni 4, 5 e 6 Agosto 2016
Le linee che delimitano il rettangolo di gioco, le porte e il cerchio di centrocampo sono disegnate da luci, una lunga luminaria di 400 metri composta da 2.000 lampadine che diffondono luce bianca ghiaccio, che renderanno visibile agli Dei, alle jannare, ai lupi mannari e agli angeli il luogo in cui l’umano ritorna a giocare.

Località “Bosco della Difesa”
Strada Provinciale 73, Montagano (CB)
GPS
N 41 ° 38’03.64 ” E 14 ° 41’32.40 ”

Con il Patrocinio della Regione Molise e il Comune di Montagano

Di: Michele Mariano
Produzione: The Patch Horse Ass.Cult.
Credits:
Silvia Degrandi
Jozef Mirva
I.N.C.A.S Produzioni
Partner :
Salvatore Mastrangelo- luminarie- SantaCroceDiMagliano (CB)

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“25 Mq”

2016

“25 mq”
Lunedi 23 Maggio 2016
Alle Ore 16
Gps 41,453429° 14,488236°
Strada provinciale N° 95
nei pressi di San Polo Matese (CB)

“25 mq” è il titolo del nuovo evento di KOMA’.
Il nuovo capitolo di un racconto non scritto della galleria.
Una narrazione di confine, con-fine e della fine.
Abbiamo tolto le pareti, le luci e il pavimento, non c’è più una porta d’ingresso né quella del bagno, water e lavello spariti anche loro, eliminati gli sgabelli e il divano, portata via la scrivania e infine anche il tetto e stato rimosso…..non è rimasto che il Nulla!

“25 mq” di nulla, un puntino nell’universo a un’altitudine di 814 mt sulla strada provinciale n° 95 a due passi da San Polo Matese, nella regione che non esiste, il Molise.
Un nascondino perfetto per custodire il bene più prezioso al mondo, A difenderlo protezioni naturali invalicabili che in passato, con il dono dell’invisibilità, hanno gettato nello sconforto il povero santo Giorgio.

Dalle ore 16 del 23 Maggio fino alle ore 16 del 23 Giugno c’è un luogo dove non si fa che il nulla e, questo luogo, si fa galleria d’arte.
25mq è un invito a:
-Sottrarsi alla società da prestazione nella quale purtroppo anche l’arte e l’artista sono caduti. Divenuti soggetti di prestazione hanno interiorizzato la coercizione al lavoro;
-Disidentificarsi dall’idea che si è solo se si fa qualcosa…che si lavora. Il lavoro è una de-realizzazione del Sé. Addirittura, oggi, il lavoro assume la forma della libertà e dell’auto-realizzazione, pertanto sfrutto me stesso nella convinzione di realizzarmi. Ci si butta entusiasticamente nel lavoro, fino a esserne annientato: mi realizzo morendo. Mi ottimizzo nella morte. Mi sfrutto volontariamente, fino a distruggermi.

C’è stato un tempo per pregare e un tempo per lavorare… è ora di NULLEGGIARE!

La sensatezza artistica di 25 mq sta nel fatto che nessuno di voi farà km e spenderà energie per giungere in un luogo per non fare nulla.
La sensatezza politica sta nel fatto che tutti crediamo cecamente di stare facendo qualcosa.

NULLEGGIARE: fare nulla senza il senso di colpa.

A KOMA’ non si fa nulla… si NULLEGGIA!
E il nulleggiar m’è dolce in questo mare
Vieni a NULLEGGIARE con noi…….

www.komagallery.eu
komagallery@gmail.com

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“Festival Of Silence”

Concerto di Silenzio #01

2015

L’importanza di ciò che non si percepisce.

Viviamo in una bolla satura di suoni e rumori.

La moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali fa sì che l’uomo d’oggi si trova a vivere in un “troppo pieno”, in un “troppo rumore”.

Ci troviamo di fronte a un colossale “inquinamento immaginifico”: l’eccesso di stimolazioni visive e auditive ha fatto sì che non resti più nulla di libero da segni, segnali, indici. L’effetto è quello del frastuono, del rumore frastornante, perfino quando è musica.

L’ipertrofia segnica ha raggiunto un parossismo per cui avvertiamo (o meglio dovremmo avvertire) sempre di più la necessità d’una pausa immaginifica.

SHHHH!

Il silenzio è percepito erroneamente come un vuoto, un’assenza, una “non-vita”, la paura che questo fantasma  si presenti a noi fa sì che altri nuovi suoni vengono prodotti, suoni per colmare e anestetizzare temporaneamente la paura del vuoto-silenzio.

Il silenzio assoluto non esiste.

Anche il silenzio è una presenza, esso è parte integrante della vita e quindi ha sempre un significato e un valore.

Occupati ad allontanare il fantasma il nostro orecchio si è fatto sordo, ignorante, intrappolato in un Horror Pleni che pochi avvertono e che tutti invece dovrebbero temere. Urge una pausa, tornare a sentire ciò che non si percepisce, un silenzio costituito da molteplici suoni, i suoni esistenti, quelli dell’ambiente in cui ci troviamo, del nostro cuore e del nostro corpo.

CONCERTO DI SILENZIO N° 1 :  l’intervallo perduto tra un frastuono e l’altro

The importance of what is not perceived.

 We live in a bubble overfilled with sounds and noises. The unstoppable multiplication of objects, information, sensorial stimuli, makes it so that today’s man finds himself living in a “too full”, in a “too much noise”. We are faced with a colossal “image-bursting pollution”: the excess of visual and aural stimuli made it so that nothing remains free from signs, signals, indexes. The effect is that of the din, of the dazing noise, even when it’s music. The sign-ful hypertrophy has reached a paroxysm due to which we feel (or better, should feel) more and more the necessity of an imagerial pause.

SHHHH!

Silence is erroneously perceived as emptyness, absence, “non-life”, the fear that this ghost might show up to us makes it so that other new sounds are produced, sounds to fill and temporarily anesthetize the fear of the silence-emptyness. Absolute silence does not exist. Silence is a presence as well, it is an integral part of life and, therefore, it always has a meaning and a value. Busy with thrusting away the ghost, our ears have become deaf, ignorant, prisoner in a Horror Pleni which few are aware of and which, instead, everyone should fear. A pause has become necessary, going back to hearing what is not perceived, a silence made of multiple sounds, the existing sounds, those of the environment we are in, of our heart and of our body.

 CONCERT OF SILENCE NR. 1: the interval lost among a din and another one.

www.festivalofsilence.blogspot.it

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“La Processione Di Carletto”

2013

Un’impresa di “Disertori in avanti”
Un ciclo dell’arte contemporanea si è chiuso. E’ ora di mettersi in movimento!
Un po’ “Armata Brancaleone”, un po’ “Don Chisciotte”, un po’ “Spedizione dei Mille” e un po’ “Marcia su Fiume”, la processione di Carletto risalirà la penisola per denotare l’”infimo inizio”.
“L’infimo è l’impercettibile inizio del movimento, il primo segno visibile di ciò che è fausto. L’uomo di valore non appena vede l’infimo passa all’azione, senza attendere la fine della giornata” (Confucio, Classico dei Mutamenti).

A CHE PUNTO è LA STORIA è QUAL’E LA NOSTRA POSIZIONE in essa?

Un ciclo si sta chiudendo e non solo nell’arte contemporanea.

Kant nel “La fine di tutte le cose” dice “Infine deve pur cadere il sipario. Perché alla lunga diverrebbe una farsa; e se gli attori non se ne stancano perché sono pazzi, se ne stanca lo spettatore, che a un atto o all’altro finisce per averne abbastanza se ha ragione di presumere che l’opera, non giungendo mai alla fine, sia eternamente la stessa”.

Procedere! Avanzare!

Un Curatore della realtà un’artista e due asine si mettono in movimento, per decretare l’inizio del cambiamento.

Una Processione e non un viaggio, perché nella processione la meta è il viaggio stesso.

La sacralità della Processione Di Carletto sta nel giungere all’ultima “stazione” con la consapevolezza di essere l’inizio del cambiamento.

Coscienti di vivere la condizione di “Amletizzazione dell’eroe”, cioè quella condizione per la quale la “tragedia” non dipende da un’azione compiuta ma da un’azione da compiere, la Processione sarà l’ultima/prima grande spedizione che risalirà l’Italia.

Lungo il percorso si arricchirà di numerosi contributi che ne alimenteranno la storia e la testimonianza.

L’itinerario è segnato da tappe “stazioni” nelle quali si organizzeranno momenti di dibattito e di riflessione, ma anche di festa, con artisti, poeti, musicisti, psicoatleti, contadini, cittadini e in genere con chiunque ha deciso di non aspettare “la fine della giornata”. Ogni stazione è in sostanza un incontro con le tradizioni, gli usi, i costumi ed il saper fare delle genti e delle popolazioni che vi abitano, un saper fare fatto di prodotti dell’artigianato e di prodotti tipici.Dal Friuli Venezia Giulia al Molise non c’è località che manchi di festeggiare qualcosa o è priva di tradizioni. Dalla religione alla storia e al cibo, le manifestazioni coprono tutto il calendario. Alcune sono propriamente tradizionali e nascono in un antico passato che si unisce e confonde con le leggende popolari; altre sono frutto di esigenze più contemporanee. In un caleidoscopico emozionale, a volte cruento, altre colorato e perfino quasi comico. Ogni piazza che attraverseremo ospita, con passione, una storia da raccontare.
La sfida più grande sarà quella di arrivare a Venezia durante la Biennale d’Arte per poi superarla fisicamente e ideologicamente.

www.laprocessionedicarletto.eu

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“MACONDO The Invisible Town”

2007

In linea con l’idea che un un granello di sabbia può essere una patria la spedizione Cagoja°2 partita dal porto di Termoli il giorno 29 giugno 2007 alle ore 8:30, a bordo del vascello Intrepido alla volta dell’isola di Cretaccio nell’arcipelago delle isole tremiti, ha fondato una città, Macondo la città invisibile.

Durante la permanenza sull’isola, i membri della spedizione, hanno istituito il C.A.M.(consiglio di amministrazione di Macondo).

OBIETTIVI
1- in accordo con il Comune delle Isole Tremiti, cambiare nome all’isola, da Cretaccio a isola di Macondo.

 

2-mettere in pratica l’idea di luogo fantastico all’interno della standardizzazione dello spazio reale e virtuale.

La conquista di uno spazio fisico reale per fondarci una citta invisibile è il mettere in pratica un’idea, né reale nè virtuale ma fantastica.

Il fantastico ponendosi al centro tra reale e virtuale, agisce con azioni ironicamente provocatorie nella realtà e contemporaneamente usa il virtuale per trarne vantaggio.

Lo scopo non è quello di mettere sul mercato dell’arte e della politica l’ennesima opera o stato, di cui nessuno ha bisogno, ma è quello di far riflettere sulla possibilità di usare il sistema preesistente reale/virtuale per crearne uno autonomo dove il fantastico sia libero di esprimersi.

Macondo non si propone come luogo esterno, alternativo e quindi in conflitto con gli altri, ma al contrario intende arricchire gli altri luoghi, traendone contemporaneamente vantaggio.

La spedizione

Valeria Grimaldi

Francesca Komel

Ernesto Magnifico

Michele Manca

Emanuela De Notariis

Andrea Pietrunti

Michele Tozzi

Chiara De Notariis

Sara Vanoncini

Inconscio

Michele Mariano

“TCTelevision”

2006-2007-2008

TCT è una tv che, pur adoperando la tecnica delle comuni “street tv” o “tv di quartiere”, concettualmente è più vicina ad una performance artistica di tipo “situazionista”.

Diverse sono le caratteristiche:

  • il contenuto: di carattere sociale, comportamentale e psicologico, sia provocato (interazione) che subìto (racconti di vite vissute).
  • la durata: TCTelevision ha un inizio ed una fine delle trasmissioni.
  • TCTelevision viene, anche, installata nei luoghi dove contestualmente alla TV convergono festival o eventi d’arte in generale.

Il materiale girato e trasmesso è materiale documentaristico, la narrazione ha il linguaggio cine-televisivo, con racconti di vite vissute, interviste, momenti aggregativi, ma soprattutto di interazione con il territorio che ospita l’evento.

Il risultato è visibile attraverso i video montati e in trasmissione continua.

TCTelevision ha tra gli altri lo scopo di dare vigore, coraggio ed entusiasmo a quei valori propri “dell‘esistere” di cui i cittadini ne sono i depositari insieme ad altre piccole comunità. Valori questi trascurati e dimenticati dalle tematiche che occupano lo scenario nazionale e mondiale secondo la filosofia “global” o “glocal”.

TCTelevision è la prova che una televisione può raccontare la realtà. Una realtà che ha deciso di raccontarsi e senza timori ha accettato l’interazione con l’arte.

Ogni esperienza produce un sito web con resoconti giornalieri di questa avventura, che costituisce soltanto il primo passo verso esperienze analoghe altrove e su altri temi: tale metodologia infatti potrebbe essere, rielaborata con opportuni accorgimenti, estesa anche ad altre realtà e contesti e diventare efficace strumento nel supportare attività di partecipazione e coinvolgimento dei cittadini.

Progetti realizzati: www.4ventilive.com  e www.ioproject.eu

TCTELEVISION CREW

Direttore: Michele Mariano

Regia: Agapito Di Pilla

Operatore/editor: Sara Ristori Agapito Di Pilla

Fotosequenze: Marisa Paola Fontana

Produzione: Komart

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“withe Cube”

2004

Il “…….White Cube” è una galleria di un metro cubo.

L’obiettivo del White Cube è quello di mettere in pratica l’idea di proposta artistica esportabile, di pensiero artistico applicabile a differenti luoghi. Rientra in fatti nell’idea originale dei promotori di essere divincolati dal concetto di luogo fisico stabile; così, non riconoscendo la standardizzazione dello spazio, hanno scelto, con un atto ironicamente provocatorio, di rimpicciolire la galleria. I risultati sono principalmente due: nella pratica, avere un’idea veramente elastica di luogo e, simbolicamente, “ridimensionare” l’importanza che, per interesse, i circuiti ufficiali attribuiscono all’arte, a chi la ospita e a chi la promuove.

Si può produrre arte di un certo livello senza essere obbligati a trappole burocratiche, o soggetti a pressioni economiche e senza il vincolo di un luogo fisico che obblighi l’attività della galleria ad un’unica area geografica. Il White Cube è contemporaneamente una galleria e tutte le sue filiali. Il suo scopo non è quello di cercare di mettere sul mercato l’ennesima opera di cui nessuno ha bisogno, ma è quello di far riflettere il pubblico dell’arte contemporanea sulla possibilità di usare il sistema dell’arte preesistente per crearsene uno autonomo. Difatti il White Cube non si propone come luogo esterno, alternativo e quindi in conflitto con gli altri, ma al contrario intende arricchire gli altri luoghi, traendone contemporaneamente vantaggio.

La mini gallery White Cube, rompe quindi il tabù creato dal business artistico che vuole il mercato dell’arte relegato a costosissime fiere (noi ci entriamo e ci installiamo abusivamente o siamo ospitati da altri stand), a particolari concessioni di critici e galleristi con la facoltà di decidere le sorti degli artisti (essendo svincolati da interessi economici, ci proponiamo solo di sostenere gli eventi artistici per il loro valore effettivo).

Purtroppo però l’alternativa all’ufficialità nell’arte è rappresentata spesso da un folto gruppo di reietti e sfortunati artisti che passano il loro tempo a compiangersi.

Il White Cube, per ovviare ad entrambe le situazioni diversamente tristi, si propone di fluidificare l’aspetto burocratico dell’organizzazione di un evento ― agendo da indipendenti ― senza però rinunciare al coinvolgimento di critici, curatori, istituzioni ed artisti che siano, a nostro avviso, rappresentativi di una ricerca di spessore nell’arte contemporanea (è in questo caso che l’ufficialità farà le nostre veci al fine di dare al progetto la credibilità di cui il pubblico abbisogna).

Escludendo a priori che il valore di un’opera d’arte sia legato alla sua dimensione ed essendo la nostra proposta sempre oculata, di rilievo e coerente, il White Cube può essere a tutti gli effetti considerato una galleria d’arte contemporanea, limitandosi però a prendere da questo appellativo solo gli aspetti più stimolanti e creativi; tralasciando quindi quelli più castranti, meramente amministrativi e burocratici; ovvero tutti i rovesci della medaglia che comporta la gestione di uno spazio.

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“KOMART FASHION”

2003-2004-2005

Ma il mondo ha veramente bisogno di un altro modello di abito?… l’abito è complice della persona che lo indossa?

Queste domande sono il punto di partenza della riflessione sul costume.

L’idea che ne è nata e quella di un abito TESTIMONE di stralci di vissuto.

L’abito usato , comunemente diventa straccio, per Komart diventa un abito con esperienza, marchiato e rimesso in circolo per ricevere altra storia, altra esperienza

L’abito Komart non è altro che il fuggire dalla fascinazione dell’oggetto è lo sfuggire alla caduta nel tempo.

Ogni abito è unico…sia per aspetto, sia per storia. Esso è appartenuto ad un’altra persona. Vestire Komart significa liberare la fantasia, abbinando non colori, stoffe ecc…ma il vissuto di diverse persone

 

Ideazione e responsabile del progetto:

Michele Mariano

responsabile alla produzione:

Piero Tudisco

Stilista:

Maria Sametz

Interventi Artistici:

Simona Piccinno + Massimo Coalizzi

Tipografia:

PubliPoint   Aradeo (Le)

Produzione:

Komart s.r.l.
c.da San Salvatore snc

86010 Ferrazzano (cb)

Etichetta abiti KF

Etichetta abiti KF

 

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“ Istigazione”

1997

L’istigazione qui presa in esame è l’istigazione al suicidio. Per la città: negli appositi spazi pubblicitari sono stati sffissi numerosi manifesti in cui risalta il volto dell’artista intento ad esibirsi in smorfie verso chi osserva.In galleria: una gru situata all’esterno dell’edificio consente al pubblico di essere trasportato all’altezza del terzo piano. Da qui entrando dalla finestra è possibile visitare lo spazio della galleria,completamente vuota.Attraversando la sala si giunge accanto ad una seggiola in prossimità di una finestra aperta. La seggiola consente di salire sul davanzale della finestra…….e…………

 

Here we find the incitement to commit suicide. In the city: many posters showing the artist’s face who makes faces at people have been put up in the advertising spaces. In the gallery: from outside, a travelling-crane takes people to the third floor. They go in through the window and visit the gallery that is completely empty. Crossing the hall, people arrive at a chair near the opened window. The chair makes people reach the windowsill…….and………..

 

“Istigazione” 4,5×4,5 art Gallery Parma (I) 1997

Curated By: Guido Molinari

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“ COSTUME NAZIONALE “

1995

Costume Nazionale nacque dalla volontà di far indossare ad altri gli abiti che io ho indossato per 16 anni, sempre lo stesso stile/modello, una sorta di divisa/uniforme sempre uguale, tutti i giorni comprese le feste comandate. Iniziai così la ricerca di una passerella e dopo sei mesi incontrai Ennio Capasa di Costume National che mi aiutò a concretizzare questa mia ardita volontà. Lavorammo alla creazione di 7 modelli di abiti ognuno dei quali si differenziava dagli altri per piccole variazioni sul tema. Uno dei modelli fece la sua comparsa all’interno della sfilata di COsTUME NATIONAL. La conseguenza fu che il modello entrò nella linea di produzione di COsTUME NATIONAL e nel mercato della moda. Per un periodo nel mondo qualcuno ha indossato i miei abiti…Missione compiuta!

The Costume Nazionale event derives from the real wish to make alive the clothes I have worn –always the same – for 16 years and which now can be classified as a “uniform”. The operation is divided in several phases: the first consisted in creating 7 suits, each one differs from the others by inperceptible variation of the theme. The following phase was the participation of one of the suits at a real fashion show, the Costume Nationale man’s winter collection held in Milan in January 1995 . As a consequence the suit was produced by Costume Nationale and entered in the fashion market.

Fashion show to Parigi and Milano

Curated By: Ennio Capasa

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“ La Guerra Dei Due Mondi Project”

1995

L’opera è una citazione -elogio- alla Narrativ Art, con un epilogo “Fantastico”. Il lavoro non è altro che la messa in scena di un falso matrimonio, il mio. La notizia sapientemente guidata ha fatto sì che il falso matrimonio si intrecciasse con la realtà attraverso i festeggiamenti ed i regali realmente ricevuti da parenti, conoscenti ed amici, convinti invece dell’autenticità dell’evento… Anche la foto è un falso, elaborata al computer.

The work is a quotation – praise to Narrative Art with a “fantastic” epilogue. It is the role-play of a false marriage, mine. The news of the marriage turned the fiction into reality through the parties and the gifts really received from friends and relatives who thought the marriage was authentic. The photo is also a false, it has been elaborated on computer.

“Amplikon” Via Farini Gallery Milano (I) 1997

Curated By: Alessandra Galletta.

“Operat Narrativ art “ Palazzo Rasponi Ravenna (I)1996

Curated By:Roberto Daolio, Silvia Grandi, Alessandra Borgogelli, Emilio Fantin.

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“ KAPPA-UGUALE vs TV.DRELLA “

1994

La performance è un incontro di “calcio a cinque” tra due squadre, formate da artisti/e,galleristi/e, critici/he. L’opera è giocata, a piu livelli,sui “travestimenti”: APPARENTI- cioè derivanti dall’”abito”- ATTIVI – cioè desunti da un “ruolo”-DI SUPPORTO – incarnati questi ultimi nella figura di “spettatori “,tifosi “atipici” quali artisti, critici ecc.

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The performance is a five players football match between two teams, formed by artists, art gallery managers and critics. The work is played on “disguises” on different levels: APPARENT DISGUISES that is resulting from the clothes –ACTIVE DISGUISES resulting from a role – SUPPORTING DISGUISES personified by an audience made of atypical fans such as artists, critics and so on..

Arte Fiera Bologna (I) 1994

Curated By: Silvia Grandi

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